โDaniel come una bestia feroce ha preso il polso di Ervis e gli ha infilato la manina nella minestra bollenteโโฆ
โNon capisco come sono finita a terra. Eravamo a tavola, Ervis nel seggiolone e Ana accanto a me. La minestra bollente nella pentola, io che provavo a calmare Ervis, ma lui non smetteva di lamentarsi, aveva la febbre altissima. Daniel come una bestia feroce ha preso il polso di Ervis e gli ha infilato la manina nella minestra bollente. Ho urlato di lasciarlo. Questo era lโerrore che Daniel aspettava: ha cominciato a spingermi e a colpirmi con pugni su tutto il corpo accusandomi con grida e insulti che volevo impedirgli di fare il padre. Anche questa volta la furia si placa. Daniel sparisce. Decido. Raccolgo quattro cose, prendo Ervis in braccio e Ana per mano, ed esco. Corro. Ho intrapreso una strada che non sapevo quanto lunga e faticosa sarebbe stata. Ho messo tutto il coraggio che avevo dentro. Lโho fatto per i miei figliโ.
Zina, 26 anni, nata in Albania, in Italia da 4 anni, รจ arrivata in comunitร con i suoi due bambini: Ervis di 14 mesi e Ana di 4 anni e mezzo. ร una donna molto dolce. Parla italiano e da subito si dimostra attenta ai bisogni dei suoi due bambini. Zina, quando parla della sua storia appare tranquilla, come raccontasse la vita di qualcun altro. Emergono, sparsi nel mezzo di questioni routinarie, racconti di episodi di violenza grave da parte del marito. Colpisce come Zina, apparentemente, metta tutto sullo stesso piano: una discussione sullโorario della cena e unโaggressione fisica davanti ai figli.
Se Zina, in un primo momento, sembra vivere la situazione in uno stato di congelamento emotivo, la sofferenza dei suoi bambini colpisce profondamente gli educatori: Ervis non cammina e non gattona, si sposta trascinandosi sul pavimento, quasi volesse rendersi invisibile. Non prova a pronunciare parole, non emette suoni tipici della fase della lallazione, non sorride; emette solo un lamento, che modula in modo diverso a seconda di quello che vuole esprimere. Lo sguardo รจ molto attento, ma alcune tappe dello sviluppo sembrano essersi cristallizzate a molti mesi prima. Ana รจ una bambina che controlla tutto quello che si svolge intorno a lei. Durante il primo pranzo in comunitร rimane nascosta nella tana che gli educatori hanno allestito nella grande sala comune. Nelle settimane successive Ana si relaziona con gli educatori: ne ricerca costantemente la compagnia, si siede accanto a loro, parla senza mai interrompersi.
Il lavoro educativo in una comunitร residenziale richiede strumenti pedagogici, competenze umane e la capacitร di rispettare i tempi delle persone. Gli educatori offrono un sostegno che deve sapersi adattare ai bisogni dei bambini, delle mamme e della loro relazione affettiva, proponendosi come base sicura per la riconquista dellโautostima e del benessere. Questo passaggio รจ fondamentale perchรฉ sia possibile per le donne affrontare i temi legati agli aspetti legali, allโautonomia abitativa e allโindipendenza economica, come acquisizioni autentiche e durevoli di autodeterminazione personale.
Zina e i suoi bambini sono rimasti in comunitร 18 mesi. Lโรฉquipe educativa, riconoscendo a Zina buone competenze genitoriali, ha lavorato nella cornice del decreto del Tribunale per i Minorenni, in rete con gli specialisti del territorio, per sostenere la mamma nel prendere contatto con le proprie sofferenze e nel rielaborare la propria storia di grave maltrattamento. In comunitร i bambini hanno potuto sperimentarsi nello spazio sicuro di una quotidianitร protetta e prevedibile, rimanendo accanto alla propria mamma.
Verso la conclusione del percorso di accoglienza, Ana ha ripreso a frequentare la scuola materna, con una voglia incontenibile di iniziare la scuola elementare vicino alla sua nuova casa, una casa ancora non definitiva, ma tutta per loro.
Il piccolo Ervis รจ uscito dalla comunitร camminando sulle sue gambe, dopo essersi riconquistato la capacitร di sorridere.
Zina, sostenuta dagli educatori ha ricostruito le proprie competenze professionali, scoprendosi brava nelle mansioni amministrative e trovando lavoro presso uno studio di avvocati. Insieme alla rete degli operatori, ha deciso di proseguire il percorso di accompagnamento educativo, trasferendosi coi figli in un appartamento della Fondazione, nel quale sperimentare maggior autonomia. Ha riscritto la propria storia e la storia della propria famiglia.
A tutti coloro che lavorano nella Fondazione Asilo Mariuccia, ogni volta che una mamma e i suoi bambini concludono positivamente il percorso di accoglienza, รจ rimasta una bella sensazione, di futuro e riparazione. Sono rimasti i racconti di quella mamma, cosรฌ giovane e gentile, che preparava un dolce albanese pieno di crema, amato da tutti, grandi, meno grandi e piccoli.
Asilo Mariuccia รจ una Fondazione senza scopo di lucro. Operiamo, dal 1902, esclusivamente per fini di solidarietร sociale offrendo assistenza socioeducativa a donne e minori.
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